pensieri interrotti

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pensieri interrotti
federico taddei

lentamente si destò.
oltre il vetro della sua capsula vedeva infiniti altri baccelli, contenenti altri soldati, come lui.
attese il ritorno della forza e della lucidità: che il torpore si sciogliesse dagli arti. un blu materno avvolgeva il grande androne, che raccoglieva le truppe addormentate nelle camere di stasi. diligenti spie verdi e rosse lampeggiavano nella dolce penombra.
cercò di ricordare se avesse sognato, ma uno sfocato panno bianco avvolgeva i suo ricordi.
ora respirava con maggiore vigore: attivò il dispositivo anti-gravità ed il suo baccello si schiuse, riconsegnandolo alla nave.
fluttuò con leggerezza fino al pavimento.
lui era una sentinella, e questo il suo turno di vegliare sui suoi fratelli addormentati.
svariati anni luce li separavano ancora dalla battaglia che avrebbero dovuto combattere e vincere: comprese di essere l’unica creatura sveglia in quel ramo di galassia, ed ebbe freddo.
si avviò al comparto di vigilanza, decidendo che avrebbe fatto una doccia.
mentre l’acqua scorreva sul suo corpo un ricordo si accese: vide una signora anziana innaffiare rose meravigliose, ne avvertì il profumo, e si chiese se fosse stato un frammento del suo sogno.

trascorreva buona parte del giorno nella sua piccola stanza bianca, leggendo. si concentrava su uno dei suoi testi preferiti: “Delirio d’ultime luci”.
“..cercavano entrambi qualcosa d’eterno ed immenso, che non potesse venire spezzato. si sarebbero sopiti prima di sfiorarlo, ma continuavano a camminare”.
appoggiò il palmare e si addormentò, di un sogno vero, felice ma disturbato: ascoltava il suono delle macchine, mescolarsi alla musica della sua terra; nuove meravigliose ghirlande sbocciavano mutilate. urlò, ballando rigidamente alla vita. nuovi ordini presero a pigiare sulla sua coscienza.

tutte le volte che passava nel grande hangar dove i suoi fratelli riposavano, lo faceva quasi in punta di piedi, come volesse evitare di svegliarli. la sala era composta da un lungo immenso cilindro, contenente le capsule. sembrava un cimitero: luogo di preghiera e riflessione, di sussurri. si chiese se sognassero.

consumava i suoi pasti lentamente. le pietanze erano varie e succulente, ma lui sceglieva cibi neutri, spesso insapori. un giorno mentre con il cucchiaio mescolava un brodo di verdure, ebbe un ricordo: un anziano musicista era seduto fuori casa, vicino alla sua capretta, scavando piccole buche, inginocchiato a terra. lui era piccolo, e la sua famiglia non si era ancora trasferita nella megalopoli. si avvicinò al vecchio signore e questi gli mostrò i fiori che aveva acquistato, e dove volesse piantarli. quindi strinse la terra tra le mani, sussurrando che c’erano tante cose che voleva ancora fare, e rilasciò un debole sorriso emozionato. bruciava di vita ed entusiasmo, l’amore di esserci e percepire, la tenerezza dello scoprire ogni nuovo attimo: ingenuo ed esitante. poi trillò un telefono di lontano ed il signore tornò in casa spaesato.
comprese, poggiando il cucchiaio, che iricordi hanno il potere di scaldare l’animo, ma al tempo stesso di lacerarlo dall’interno.

si trovava nella piccola palestra della nave: conduceva brevi corse sul tappetino mobile, quotidianamente. ricordò quando la mattina si alzava presto, per andare nel parco a correre. tutto era avvolto da un tessuto di nebbia azzurrognola, come in un abbraccio.
intraprendeva il suo viaggio tra i primi fiotti di luce: cinguettii attorno a lui e tracce di verde ad indicare la via. avvertiva la sua mente popolata da presenze silenziose.

trascorreva lunghi silenziosi minuti nel blu notturno del cilindro, osservando i suoi fratelli dormienti, che si sarebbero destati soltanto per portare morte e distruzione, perendo a loro volta.

si svegliò nel bianco della sua stanza asettica, guardando dalla persiana accostata: pennellate di celeste, una striscia di verde, qualche raggio che nutriva il legno; la voglia di stare a vedere, l’estate qui per lui, per sempre.
quindi si svegliò di nuovo, davvero: solo nello spazio.

“c’erano luci vermiglie in un lento pulsare, come galassie di un universo nano. una vecchia donna mascherata di legno allungava le mani in quel giardino, afferrando le lucenti lumache e chiudendole in una scatola scarna. quindi l’anziana signora risalì lentamente i livelli della città, fino a raggiungere le alte camere del potere. il signore era seduto nella penombra, accolto dal morbido sfarzo della sua veste da camera. lo schienale della poltrona reclinato, mentre il grande ventre oscillava d’un morbido respiro. un piccolo tratto della parete sparì con un fruscio nel muro, e la vecchia entrò nella sala: aria, densa come oro brunito, filtrava dalle tende. si sedette accanto all’uomo appoggiando la scatola in grembo. il suo fragile respiro cozzava a tratti contro la maschera che ne velava il volto. prese un guscio sul suo palmo e delicatamente vi picchiettò sopra: la lumaca allungò i suoi occhi sonnolenti. la depose sulla faccia dell’uomo e lei tracciò la sua scia fino a raggiungere le cavità del naso, dove sprofondò, abbandonando il suo vecchio involucro. presto l’uomo avrebbe spalancato gli occhi, abbagliato da un margine d’infinito. l’anziana donna si alzò in piedi, non lasciando alcuna traccia di sé”
depose il palmare sulla superficie accanto al letto e si lasciò addormentare nel silenzio della nave. quella notte ebbe un lungo sogno.
passeggiava mano nella mano con una ragazza: una donna che aveva amato, ma che non ricordava di aver mai incontrato. erano in una città, una di quelle passate, che non si vedevano da tempo. c’era gente per le strade, negozi e case. si poteva vedere il sole sopra di loro, il cielo. la gente non sembrava correre, ma camminare, fermandosi per chiacchierare o fare acquisti. attraversando un incrocio si accorse di un donna ferma nel mezzo. sembrava fosse normale: le macchine le passavano intorno, la gente le si strusciava a fianco. aveva una gonna morbida ed una felpa verde. a terra, accanto ai suoi piedi, c’era la sua borsa. osservò il suo volto: aveva gli occhi chiusi, ma un lieve sorriso ne incurvava le labbra; sembrava felice. continuarono a camminare, ora la parte della città era addirittura antica: un centro storico. alcuni locali, ristorantini e botteghe, si affacciavano lungo la strada. notò altre due persone immobili lungo la via: un ragazzo ed un’anziana signora. si fermò a contemplarli, ma nessuno sembrava farci caso, eccetto lui. notò gente in bicicletta, come non aveva mai visto prima: scampanellavano, si salutavano, portavano buste nei loro cestini. il suono delle voci era nell’aria: qualcosa dimenticato nel silenzio moderno. arrivarono ad una piramide posta entro un giardino. le persone immobili, con gli occhi chiusi e felici, sembravano aumentare. altre erano distese sul prato: parlando, giocando coi loro cani, mangiando, leggendo libri. traversarono un ponte, verso una parte più moderna della città. non c’erano più macchine intorno a loro: quei veicoli a ruote che aveva studiato nei libri di scuola; ma la gente era tutta immobile, altrove. continuò ad avanzare tra i dormienti, finché la mano della sua ragazza oppose resistenza: si voltò mentre le dita di lei gli scivolavano dalla presa; si era fermata, gli occhi chiusi, un lieve sorriso. si guardò intorno: ma dove stanno andando tutti? si chiese; che ne sarà del mondo?

si era svegliato già da molto, eppure non sapeva come iniziare la sua giornata. sedeva sul margine del letto, estruso dalla parete con un morbido design. osservava il nulla accogliente della sua stanza, riflettendo che l’omologazione degli ambienti rappresentasse un gesto di sterilizzazione delle percezioni: tutto è uguale, asettico, non si è più abituati a percepire nulla, ed i sensi si ritirano, atrofizzati. un intero mondo domestico e familiare, una culla soporosa. nei luoghi conosciuti ci si addormenta, agendo per automatismi, ci si spegne smettendo di essere, ed in quel sonno perdiamo presenza, consapevolezza; vittime di un torpore rassicurante e famelico. eppure lui trovava tutto questo auspicabile, intercambiabile.

le sue giornate erano piuttosto monotone. il suo lavoro semplice, breve e ripetitivo: sedeva in plancia a controllare dati e grafici, vigilare suoi suoi compagni addormentati, ma soprattutto sulle macchine che gestivano il tutto. quindi aveva molto tempo per pensare, fare attività fisica, leggere, magari un film dall’archivio mediatico, ed una doccia la sera. le sue giornate erano noiose, ed in questo trovava conforto, perché delle cose eccitanti ci si stanca presto, mentre la noia, se compresa, ci avvolge maternamente, rivelandoci molte cose su noi stessi e la realtà. si chiese chi fosse stato il guardiano che lo avesse preceduto, da quale delle infinite capsule fosse uscito, quali fossero stati i suoi pensieri, come si fosse trovato nella nave da solo, che cosa avesse fatto. poi si interrogò sul suo successore. il vivere quotidiano occupa inesorabilmente i nostri pensieri, eclissando le cose importanti dalla nostra coscienza, ma lì era diverso: il vascello era un luogo che tratteneva il respiro, sperando che il tempo non si accorgesse di lui.

fini dì mangiare il pasto preparato non sapeva dove e quando, ma riscaldato dalle macchine. quindi ripose vassoio e posate riciclabili nella pattumiera ed iniziò a camminare per la nave: fatta eccezione per il grande hangar dove i suoi fratelli guerrieri riposavano, era piuttosto angusta. gli spazi, scarni ed essenziali, collegati da stretti corridoi. l’illuminazione era bassa, costante, giusta. si chiese dove stessero navigando: avrebbe controllato sulla mappa stellare. lungo il breve tragitto che conduceva alla plancia, indugiò sul passaggio verso il ventre del vascello. si decise ad entrare e lo sterminato antro di capsule si aprì ai suoi occhi: macchine vegliavano sui guerrieri in stasi; tutto era accolto nella penombra. si sedette in un angolo, abbracciandosi le ginocchia: ogni cosa era sospesa lì dentro; un luogo senza tempo non ha memorie, rifletté, e senza memorie non c’era bisogno di nomi. quindi lui doveva soltanto essere se stesso, senza un volto od un nome, nulla di più, eppure non sapeva se potesse riuscirci.

nella sala delle informazioni osservò molte immagini e filmati del pianeta ribelle che andavano a distruggere: gli riportò alla mente le giornate antiche, dove il polline volteggiava e c’era il dorato colore del sonno.

“la guerra che metterà fine a tutte le guerre non esiste, né esisterà mai. la guerra si nutre di altra guerra, è un essere vivente, che assorbe violenza, dolore, ferite”
digitò questo sul giornale di bordo ed andò a dormire.

il giorno successivo si diresse sul ponte di comando, scrutando la mappa galattica: un piccolo sole stava morendo poco distante da loro.
iniziò le procedure di emergenza, passando al controllo manuale della nave, quindi cambiò rotta, spingendo la nave verso quella piccola stella, senza che nessuno degli oltre cinquecentomila soldati-passeggeri avesse sentore di nulla.
disattivò ogni allarme, ed attese, mirando quel sole opaco crescere lentamente sui monitor: presto le cose che avevano una forma sarebbero diminuite, ed il nulla aumentato, lasciando tutti più liberi.

 

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