Pagine di un suonatore di tromba

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Pagine di un suonatore di tromba
Federico Taddei

Presto sua nonna sarebbe morta, anche se lui ancora non lo sapeva. La vide un mattino, mentre scendeva le scale: era appena andata in bagno e tornava nella sua camera, dove l’attendeva una luce rosata. In pochi giorni, da quando era venuta a stare con loro, quella stanza era sprofondata in lei, emanando lo stesso sapore della sua vecchia casa. Lui la salutò e lei rispose con una fissità ebete, quindi sottovoce gli chiese se andasse a lavoro: negò, scuotendo dolcemente la testa; avrebbe voluto aggiungere che non ci sarebbe più andato, perché non c’era più lavoro, per nessuno. Lei tornò a letto, senza giornali, radio o televisione, solo con le coperte calde e la lampadina rosata, a contemplare il soffitto.
Si sentì stanco: vide il mondo serrato nella stessa sorte, eppure tutti ancora assorti a sbranarsi a vicenda. Invidiò la vecchiaia di lei. Non sapeva più quello che voleva e come interpretare il mondo. Provò tenerezza e disperazione per l’umanità.
Fuori era tornato il freddo e dalla finestra si vedevano gli ulivi scomposti dal vento del nord.

Lo svuotamento della casa della nonna fu particolarmente doloroso, perché lui odiava faticare, e soprattutto lavorare in famiglia: si finiva sempre per litigare. La maggior parte delle cose vennero gettate, altre donate in beneficenza; il minimo indispensabile fu lasciato, decidendo di mettere in affitto la casa come ammobiliata. Tuttavia emerse un oggetto che lo sorprese: una valigetta nera, rigida, di buona fattura. Aprendola vi trovò una tromba: nessuno sapeva da dove veniva, chi l’aveva suonata, perché era lì. Decise di portarsela in camera.

L’ombra di un temporale scendeva da nord, divorando la via, brontolando famelico. Era di ritorno dall’ufficio di collocamento, osservando il mondo scorrere con una brezza di ansia: respiri e voci sovrapposte. C’era disarmonia tra lui e la vita: spesso i suoi occhi si commuovevano, consumandosi. Da piccolo, nel letto, una vertigine lo portava via, prima di addormentarsi, e sognava di essere infinito, volando senza paura. Ancora se lo ricordava, mentre sul balcone ritirava i panni umidi per l’arrivo della sera. Non stringeva più niente tra le mani, e scivolava da un posto all’altro senza toccare nulla, ma sapeva che era ancora in grado di amare, prima che divenisse solo, e mortale.

La settimana precedente si era recato alla biblioteca comunale: avevano deciso di donare tutti i libri trovati nella casa della nonna; soltanto sua madre si era tenuta un’edizione della bibbia compatta, con illustrazioni. A gestire la biblioteca aveva trovato una ragazza che non si aspettava di vedere, con la quale era stato amico e, soprattutto, con la quale aveva avuto una storia.
Riuscì a pensare solo a quello.
Fu imbarazzante: aveva negato a sé stesso chi era stato in quegli anni, la sua persona.
Si accordò per la consegna dei libri, descrisse sommariamente quali opere ci fossero e che ovviamente la biblioteca era libera di disporne come voleva, anche gettarle se lo ritenesse necessario. Quando se ne andò, sapeva che non sarebbe più tornato. Aspettò qualche giorno poi a casa disse che i testi erano stati rifiutati e che ci avrebbe pensato lui a disfarsene. Lo fece con disinvoltura: seguendo la discesa che la sua esistenza aveva intrapreso. Neppure si accorse di mentire.

-Hai un solo cuore, non credo che a Dio interessi che tu ti occupi di quello degli altri-
Sua nonna mangiava da sola, prima degli altri: aveva bisogno di essere assistita, spesso imboccata. Se ne occupava lui. Lei gli diceva delle frasi, che spesso non capiva, perché solo mormorate, oppure senza senso.
Provò diverse volte a chiederle della tromba, senza ottenere nulla.

La sua forma era emersa da un processo di intima violenza. Il cielo gli parlava di qualcosa che non comprendeva, come fosse in negativo: strisce di azzurro feroce, in un mare bianco.
Memorie che non aveva.

Tempo prima, un amico che si occupava di musica, gli aveva confidato, che la tromba è come una signora molto esigente: lui l’aveva studiata per anni, poi lentamente smise, perché per ottenere buoni risultati occorreva esercizio costante, quotidiano, così da allenare il fiato, ampliarlo, affinare l’intonazione, “poiché le note vanno cantate” aveva ripetuto più volte. Inoltre era molto rumorosa: si poteva usare la sordina, ma la faccenda cambiava. Infine l’amore era diminuito e le difficoltà non erano più compensate; quindi la frigida signora ritornò nel suo bauletto, senza un fremito di aria calda che la animasse, rendendola viva.
Ripensò a quelle parole, osservando la piccola valigia nell’angolo della sua stanza.

Ascoltava le persone come un pugile di periferia, che tra un round e l’altro, con lo sguardo a terra, annuisce, mentre l’allenatore gli urlava consigli nelle orecchie, ma lui aspettava solo il suono della campana, così di poter fare di testa sua e prenderle.

Tornava con la macchina, mentre uno vento caldo soffiava fuori stagione. Se ne accorse alla pompa di benzina, quando scese per chiedere un po’ di carburante. Verrà dal deserto, pensò levando gli occhi al cielo. Una luna araba pendeva dal cielo, e ricordò di quando era bambino ed andava con i suoi genitori a cena da amici: nel tragitto di ritorno sprofondava nel dormiveglia, facendo piccoli sogni col volto appoggiato al finestrino, mentre il nero orizzonte gli sfilava accanto.
Il benzinaio lo fissava.
Si riebbe con occhi impauriti, come colto in flagrante, ed impacciato cercò i soldi nella tasca.
Salito in macchina esitò sulla chiave di accensione, cercando ancora i frammenti di quel ricordo: di chi fosse stato e di chi sarebbe potuto divenire, ma non vi riuscì.

A volte non riusciva a fermarsi: rifletteva, addentrandosi in concetti sempre più stretti e ripetuti, che mordevano ad ogni passaggio con più forza. Sarebbe bastato che si fosse alzato, andandosi a mischiare tra la gente, ma non c’era nessuno a consigliarlo e lui continuava a sondare quand’era profondo il male.

La distanza tra lui e le cose cresceva.
Alle poste stava facendo la fila per delle bollette da pagare. La gente intorno a lui parlava dei fatti propri a voce alta, come in un distopico mercato senza pudore. C’erano molti anziani: era giorno di pensione. Pensò a sua nonna: da piccolo gli diceva che se avrebbe sofferto allora, non avrebbe sofferto poi.
Una menzogna. Come tutto il resto.

Sua nonna non c’era più già da qualche settimana. Fuori dalla finestra tre sinuose farfalle si agitavano nell’azzurro primaverile. Sedeva in camera, osservando come il mondo si riflettesse sulla tromba adagiata sul suo letto. Si avvicinò alle labbra il bocchino argentato, e vi soffiò delicatamente, soprappensiero.

 

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