L’ANDATA

Racconti di Corvi
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L’ANDATA
dove il narratore si permette di divagare

Dapprincipio il Mago costeggiò il vecchio torrente, e l’azzurro del cielo si perse in una volta di foglie. Gli alberi cinsero la via, sciogliendo il viaggio tra passi isolati, poi il tepore delle valli al tramonto arrestò la sua marcia. Il buio lo colse ai Due Carri, un ostello assai antico, eretto durante una Fiera del Sol Cocciuto, la giostra che ogni sette anni si stende sui prati a levante.
I tavernieri tramandano ancora come l’insegna dei Due Carri celebri le gesta di un eroico saltimbanco: un artista dalla forza sovrumana, che desiderava dar pregio di sé, piegando ferri e frantumando legni, finché una donnola si fece largo tra la folla:
<<Che potenza invereconda! Ma che tempra! Non ho mai visto nulla del genere! Neppure tra i più fieri animali!>>
<<Eh già!>> si vantò il colosso.
<<Magari potreste addirittura superar la prova dei due carri, ma non so… è così pericolosa!>>
<<Parla, animaletto! Di che si tratta?>> incalzò l’omone incuriosito.
<<É detto, mio buon signore, che un condottiero di queste terre venne decantato come il più forte del regno, poiché trattenne col sol vigore delle braccia due carri, trainati dai rispettivi cavalli! Addirittura in senso opposto!>>
<<Ah!>> sbottò l’omaccione <<E che ci vuole?! Trovatemi due corde, cosicché la presa non mi sfugga! E portatemi carri e cavalli, poiché presto sarò l’uomo più forte del regno!>>
Detto, fatto, i convenuti procurarono il necessario, legando ben strette le funi alle mani dell’energumeno, che, sbuffando e digrignando i denti, trattenne l’ardore degli equini.
<<Ah! Oh!>> faceva la gente con gran stupore; l’unica silente parve la donnola: se ne stava quatta quatta, ghignando in disparte, finché d’improvviso esplose un brusio, ed una nube si apprestò in cielo. Presto compresero che l’oscuro nembo era in realtà uno sciame di feroci calabroni, che si avventarono contro i cavalli. Tutti corsero ai ripari, tranne ovviamente, il forzuto e la donnola. Quest’ultima aveva infatti ordito il complotto, ed assaporò con gusto lo scempio del circense.
<<Tagliate le funi! Tagliate le funi, maledetti!>> urlava l’omone, fino a quando si udì lo schiocco di una buona bottiglia d’annata appena stappata, e la donnola fece un tal baccano di finto scoramento, che richiamò a sé una moltitudine di gente inorridita, malgrado ormai fosse troppo tardi.
Dal canto suo invece il Mago, immemore di tali accadimenti, varcò l’uscio della taverna, sbirciando incuriosito la buffa insegna.
L’indomani partì alle prime luci del giorno, cavalcando con passo serrato fino al Ponte dell’Orco, e dopo una sosta assai veloce, radunò ancora i suoi fardelli, apprestandosi ad una nuova mattinata al trotto.
A mezzodì si distese alla frescura di un albero, invitato al riposo da dolci fruscii, finché <<Fermo là!>> intimò ad un folletto puntandogli il suo bastone.
<<Non voglio far niente, non voglio far niente!>> implorò la creatura.
<<Mi volevi rubare la sacca, vero malandrino!>>
<<No! No! Lo giuro!>>
<<Un folletto che giura…>> schernì il Mago <<Quindi non brami i tesori luccicanti, e le leccornie appetitose, che si celano dentro questa stoffa?>>
<<Sss… No! No!>> replicò il birbante, anche se nel mentre aveva allungato il collo come i tacchini.
<<Ma non ti sei accorto della mia Casta? O sei così temerario da voler derubare un Mago?>>
<<Perdonatemi Signore, ve ne prego! Vi racconterò una storia per allietarvi l’animo!>>
<<Non sono in cerca di storie: ne ascolto fin troppe alle taverne>>
<<Ecco, di grazia: dove dormirete stanotte?>>
<<Perché me lo chiedi, ladruncolo?>>
<<Magari ho qualche buon consiglio da darvi>>
<<Alle Corna del Caprone>>
<<Ah!>> si rallegrò la creatura <<Conosco la leggenda che diede vita a quel rifugio! Se ve la narro mi lascerete andare?>>
<<Va bene, hai la mia parola>>
<<Si, certo, ma prima, per favore, scostate un poco il bastone: così non posso respirare, provo dolore! Ecco, grazie! Dunque: tutto ebbe inizio in tempi assai remoti, quando codeste strade non erano così ben tracciate, ed i viandanti subivano ogni sorta di angheria. Tali calli poi, parevano piuttosto temuti, poiché una terribile fiera si aggirava per la contrada. L’orrida belva possedeva le fattezze di un immenso caprone, con lunghi peli ispidi ed un pizzo che strusciava fino a terra: la sua bocca era colma di schiuma, e le sue corna si torcevano al pari dei tifoni! Più volte gli tesero delle imboscate, e perfino noi creature della foresta eravamo stufe: non si potevano più schiacciare pisolini tranquilli, o festeggiare come si conviene nelle notti di mezza estate. La situazione parve critica, nonché oltremodo spiacevole; così proclamammo un concilio, confabulando a lungo nel cuore del bosco. Ognuno propose arditi stratagemmi, fin quando le fatine sussurrano la loro proposta: “Occorre sfidare il demone alla tenzone, poiché è troppo scaltro per cadere in un tranello”. L’idea venne accolta con gran fervore e, sapendo che i duelli tra caproni si risolvono a testate, decidemmo di ordire un incanto, trasformando semplici corna in strumenti di eroica ebbrezza. Mancava però un temerario che le indossasse, ma uno gnomo asserì che non serviva un impavido, bensì un tonto, e noi tutti pensammo agli uomini… con il dovuto rispetto, si intende. Arrivò quindi l’ora dell’inganno, e chi, meglio di un folletto, poteva tramarlo? Ci consultammo, riunendo gli sguardi indiscreti alle nostre malelingue, dichiarando al fine di conoscere qualcuno che facesse al caso nostro, sebbene necessitassimo di qualche fatina succinta. Poco lontano da lì, infatti, viveva il giovane custode di una fattoria; i folletti attingevano già da anni alla sua dispensa, e lo sprovveduto fattore non se ne era mai accorto: sbuffava e sbraitava, inveendo contro gatti e faine, ma eravamo noi a rendergli la vita amara, per il sol gusto di vederlo brandire la zappa al cielo. Cercammo quindi di convincere le alate signore a raccontare un lieve inganno, anche se, dapprincipio, rifiutarono, poiché si sa, sono restie alla menzogna! Dopo lunghe contorsioni e laboriose contraddizioni, tuttavia, si accordarono per proferire una mezza verità, giurando in cuor loro che avrebbero fatto la fortuna di quell’ingenuo. Fu così che una piccola comitiva di luci svolazzanti entrò nella casa del contadino. “Svegliati, svegliati” sussurrarono alle sue orecchie, ma quello mugugnò, volgendosi dall’altra parte; così gli tirarono i peli del naso, facendolo starnutire con fragore! Un miscuglio di colori gli invase gli occhi, e la legazione lo salutò, annunciandogli la lieta novella: tutte le misteriose sventure, i tranelli ed i furti sarebbero giunti al termine, se solo lui avesse sconfitto il terribile diavolo che assediava la foresta. “Quello che a volte ti distrugge pure lo steccato” precisarono. “Si, si!” assicurò il giovane “É grosso e nero e fa tanta paura!” sebbene di sicuro non intendesse la gravità della proposta. “Grazie” fecero in coro le fatine “Domani troverai un bel paio di corna: legale alla testa e va’ nel bosco; poi, quando incontrerai il maligno, non pensare ad altro, ma gettati contro di lui. Una volta morto trascinalo al villaggio e, se qualcuno ti chiederà ragioni, dichiara di voler costruire una locanda, così da rasserenare l’animo dei poveri viandanti”. Terminata l’orazione, lo baciarono in fronte, sparendo garbatamente oltre la finestra. Il contadino scivolò ancora nell’oblio e l’indomani, non appena uscì di casa, inciampò in un fagotto, rinvenendo le sontuose corna. Se le intrecciò tra i capelli, lasciando che il suo animo si accendesse di un furente entusiasmo, quindi partì ululando verso la selva, finché un tenebroso muggito annunciò l’arrivo del caprone. La bestia si ergeva su uno scoglio, rimestando zolfo dalle narici: e fu sfida. Chinò il capo, caricando alla giostra sfrenata, ed i duellanti si scontrarono a volto basso, sprigionando un furente rombo di tuono. Una miriade di uccelli si alzò in volo, ed i contendenti caddero a terra. Poco dopo il ragazzo si mosse, mentre il caprone no. Tentò invano di ritrovare le sue amate corna, fin quando decise di trascinare la bestia al villaggio: spinse e pigiò con gran schiamazzo, poi si rivolse al suo fidato mulo, che, con molto tempo e altrettanta pazienza, trainò quel monte di peli fino al paese. Una folla si accalcò al suo arrivo, tessendo lodi ed invocando benedizioni; molti gli domandarono come avesse fatto ad uccidere quel demone, senza tuttavia gradire la storiella delle fatine. “Basta che sia morto davvero!” aggiunsero allentando un paio di calci al costato della fiera. Il giovane venne celebrato al pari di un eroe, e propose di costruire una locanda: “Così da rasserenare l’animo dei poveri viandanti” precisò. La proposta fu accolta da un’ovazione e la comunità si riunì per festeggiare. Quella stessa notte egli sognò il cuore del bosco, dove gnomi, folletti e fuochi fatui, danzavano attorno ad un falò, e c’è chi assicurava che in tutto quel trambusto, riuscì a riprendersi il suo bel paio di corna. In seguito accolse con allegria i preparativi per la futura taverna, della quale divenne anche gestore, pur aiutato da altri, poiché non parve molto sveglio a far di conto, sebbene possedesse un buon cuore, che è ciò che più conta negli uomini. Finita!>> concluse il folletto <<Posso andare ora!?>> supplicò con occhi lacrimevoli.
<<Va’ pure>> concesse il Mago divertito <<Ma sii più accorto la prossima volta, furfante!>>
<<Si signore! Grazie signore!>> recitò guizzando nel verde, mentre l’uomo riprese la sua marcia, e, verso sera, sorrise innanzi alle vistose corna che sovrastavano l’uscio della taverna delle Corna del Caprone.

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