IL RATTO NEI SOGNI

Racconti di Corvi
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IL RATTO NEI SOGNI
valenti città volanti

… il tempo mi urtò contro ed ogni cosa cessò il suo moto.
Mi avventurai sotto un cielo di pietra, fin quando un lampo discese dalla volta ed il Miraggio dei Mondi manifestò il proprio fulgore. Oltrepassai la dimora degli elfi alati, inseguito soltanto dai miei riflessi: una piazza si aprì dabbasso e dell’acqua zampillò sul selciato. Un membro della progenie alata mi invitò a seguirlo, ed insieme percorremmo l’incanto dei minareti ascendenti. Tra quelle guglie ci volgemmo ad una stele, ascoltando il divenire di alcune memorie; poi un frammento si accese di maggior vigore, lasciando che il colore gli imprimesse più vita.

Osservai il Mago riposare, sommerso nei propri miraggi, finché il medaglione del suo Signore prese a brillare. Un araldo lo colse tra gli scafi delle perdute ere ed i bianchi filamenti lo scortarono fin nel cuore del regno dei sogni. Qui l’araldo si estinse, dissolvendosi al cospetto dei grandi spiriti che vi erano convenuti. Il Mago si inchinò, colmo di devozione, e la voce del suo Sovrano gli risuonò tra i pensieri: “É tempo che il giovane giunga a noi, poiché l’ora si appresta”.
Quindi il sogno prese a sfaldarsi, riconsegnandolo alle contee della veglia.
L’indomani annunciò la partenza al giovane, dichiarando che avrebbero seguito la via già nota, sostando nelle tre taverne, ma al Ponte dell’Orco li colse un incontro inatteso.
La lunga cavalcata aveva fiaccato gli animi, ed il ragazzo si era già ritirato, lasciando il Mago a far provviste.
<<Mi perdoni buon uomo>> si annunciò uno straniero <<Potrei sedermi? Di tavoli sgombri non ne vedo, ed il vostro volto mi pare il più cordiale>> il Mago favorì una sedia <<Giungo dalla costa ad ovest, provato da un lungo viaggio; eppure conosco bene queste mura, giacché ebbi confidenza con il passato oste>> il Mago annuì, assorto tra le sue vettovaglie <<Era una persona assai garbata, a cui piaceva narrare storie e leggende, tanto che una sera, proprio accanto a quel camino, ebbe la grazia di rivelarmi il mito di questo ostello. Anche voi, lungo il sentiero, avrete di certo notato quel viadotto che scavalca la rupe; ebbene un tempo lì sopra vi dimorava un orco. L’antico signore di queste terre gli aveva concesso l’ufficio di Guardiano del Ponte, poiché era un orco onesto e gentile, che ebbe cura di questo passo per stagioni intere. Di solito come pedaggio domandava solo un poco di cibo, in special modo delle aringhe, dato che ne andava ghiotto. Finché un dì si avvicinò un convoglio di saltimbanchi in rotta verso la fiera del Sol Cocciuto. Egli sventolò la sua fascia, reclamando un pesciolino per il servizio reso, ma dal carrozzone scese soltanto un forzuto che in risposta gli ruppe i denti, spronando la ciurma a passare oltre. L’orco ne fu mortificato e si rifugiò sotto il ponte, dove pianse fino a sera, quando una donnola, attirata da tanto scoramento, gli chiese la cagione di quel singhiozzo. Allora lo sventurato narrò il triste accadimento, mostrando le gengive doloranti, e l’animaletto fu tratto a compassione: promise che avrebbe sistemato ogni cosa, chiedendo in cambio il libero transito su quel ponte. Si narra quindi che avvenne qualcosa di temibile a quel circense, ma non ne so molto, mentre è certo che quando il Gran Duca giunse in corteo, rimase assai addolorato nel constatare le disgrazie del povero orco, e pertanto fu deciso di rendere quel passo più sicuro, costruendo la locanda che i mercanti richiedevano da tempo. Fu battezzata Ponte dell’Orco, in onore del servigio reso, e lo sventurato orco venne assunto come garzone, ricevendo zuppe e sformati, poiché era tutto quello che potesse ormai mangiare>>
Il Mago accolse l’epilogo con un sorriso:
<<É stata una bella storia, davvero, e spero che avrò modo di sdebitarmi, ma al momento perdonatemi: l’ora è tarda e conviene che mi ritiri>>
<<Non abbiate premura, Mago, giacché il vostro viaggio si è concluso>>
<<Chi siete?>> sibilò questi con un filo di voce.
<<Giungo da quella terra che voi forse già cercate>>
<<L’Isola della Mezzaluna? Siete uno degli Antichi?>>
<<Si, se questo è il nome che preferite; ma non stupitevi: noi siamo sempre in mezzo voi>>
Allora il Mago si accese di meraviglia, scrutando tra i volti della sala.
<<Vi abbiamo fatto giungere fin qui poiché i rinnegati sorvegliano il vostro villaggio, ed il nostro arrivo sarebbe stato avvertito. É necessario che io vi parli, dato che l’Uno ha iniziato a risplendere nel vostro animo>> quindi levò una mano, schiudendo un nuovo mondo nella coscienza del Mago <<Il sentiero ti attende pellegrino, e noi ti saremo accanto>>

Qualche gradino più in alto, nella quiete di un letto, il giovane già sprofondava nell’onirico, assorto tra fantasie di vecchi pirati. La Via d’Ossa, delle antiche balene, gli ondeggiò innanzi, e lui traversò quelle bianche cattedrali, giungendo all’Antro dei Segreti. Lì si smarrì nella notte che lo attendeva, fin quando una goccia lo baciò di luce, ed una pioggia luminosa rischiarò l’intera grotta. Nel silenzio il Custode delle Ere aprì i suoi infiniti occhi, mostrando al giovane il Mito di Legione.

L’Uno chiamò a Sé il suo figlio prediletto:
“Vuoi dunque Padre che io brilli al Tuo fianco, perennemente assorto nel Tuo proposito
Vuoi dunque che io afferri la Tua mano e Ti riconosca come artefice di ogni cosa?
Vuoi dunque che segua le Tue leggi come unica via concessa?
É dunque questa la Tua libertà, Padre?
É forse un gesto di amore bruciare nell’eterno sacrificio, per poterti raggiungere, Padre?
Aver glorificato il dolore come Tuo strumento è cosa buona, Padre?”
Quindi volse le spalle all’Uno e si allontanò. La pace fu smarrita nel regno ed i suoi fratelli gli mossero guerra. Una Voragine si aprì nel volto della Madre d’Ognuno, lasciando che i Minori prendessero rifugio in lui, e lo chiamarono Legione, poiché erano in tanti.

<<Torneremo a Mulinaccio>> confidò il Mago al ragazzo, svegliandolo dolcemente.
Il loro ritorno fu benedetto dal sole, ed una dolce brezza li carezzò ovunque. A mezzodì smontarono dai destrieri, stendendosi sul verde di un prato, quando un suono echeggiò nel loro animo. Dapprima pensarono al sussurro del vento, ma ben presto una melodia prese forma. Decisero allora di incamminarsi, rincorrendone la sorgente, e sulla cima di un colle incontrarono un suonatore, che delicatamente poneva le labbra ad un piffero:
<<Tale è la storia del Cavaliere Nero e di come sconfisse il suo orgoglio>> annunciò il musicista <<Egli errava, sfidando chiunque alla tenzone, bramando di essere il condottiero più valente del regno; ma un dì, traversando le ombre di una selva, incontrò un giovane solitario. L’oscuro guerriero sbarrò il passo al Viandante, intimandogli la morte: “Così sia, mio buon signore” gli rispose quello, ed il Cavaliere si preparò a colpire, ma nel mentre incrociò gli occhi del Viandante, gustando un cielo di sterminata quiete. Le sue braccia si arrestarono, ed avvertì il peso della sua inutile arroganza: gettò l’arma ed ebbe pena di sé stesso. “Perché non temi?” chiese con profondo sconforto, ed il giovane sorrise: “Non crederete mica che la mia vita giaccia in questo scrigno di carne? O che possiate tranciare la gioia con una lama? Non vi è morte che possa cogliermi, né terrore che insidi il mio cuore, giacché saldamente risiedo nella fonte che nutre questa terra, ed in lei vi è spazio solo per l’eterno”. “Voi avete trionfato sopra ogni paura” sussurrò l’armigero “Lasciate che vi segua”. “Così sia” concesse il Viandante, ed insieme abbandonarono il bosco>>
Il Mago ed il ragazzo si congedarono dal musicista, e la sera li vide trovar rifugio presso la locanda dei Due Carri, dove soffici cuscini lenirono la stanchezza del viaggio. Ripartirono entro paesaggi ormai noti, ma nel folto del sentiero gli alberi si raccolsero in silenzio, smorzando ogni foglia. Oscure presenze li fecero preda dei propri istinti ed il Mago spronò gli stalloni al galoppo. Lo scorcio del loro cammino si riavvolse all’infinito, e l’aria fu tinta di inganno: fosche chiazze si addensarono, fin quando il giovane vi riconobbe lo Sciamano. L’eremita imbracciò la sua balestra, pronto a seminare morte, e l’orrido Necromante gli si fece appresso, ma una bianca furia si scaraventò tra quelle fronde, ed un unicorno alato tranciò le mura del sortilegio. Il giovane venne tratto in salvo, mentre il Mago aprì lesto un varco in un reame incantato.
Gli oscuri servitori strinsero nuovamente le maglie, ma un boato di urla rabbiose arse quei luoghi.

Il Mago scivolò nel suo portale, affogando in un sogno di squame, dove un cobra gli concesse udienza:
<<Morresti in questo regno, uomo, poiché ignori la nostra via>> e lo scaraventò lontano, in una breccia di sibili. Ricadde entro la terra dei desti, tastando nel buio, finché un chiarore indicò delle imposte: ne schiuse i battenti e rivelò Mulinaccio. Con sollievo comprese di essere al davanzale della propria dimora, e sospirò, lasciando che i colori della sera lo guidassero al riposo.

Il tassello si richiuse nella stele, ed io mi volsi alla mia guida. L’elfo alato si trasse in volo, indicandomi un circolo che giaceva dabbasso. Mi avvicinai a quella Corona, varcando i suoi fluidi accecanti, e fui altrove.

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