IL GIOCO DELLE RUNE

Racconti di Corvi
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IL GIOCO DELLE RUNE
sull’ardore, la follia
ed altre facezie che si ha da vivere

<<Vi era una comunità di nani, risplendenti di acciaio ed orgoglio, i quali, forti del loro potere, commisero un’impudenza.
Un dì le nubi strisciarono fino al suolo, ed una nana si avvicinò al loro villaggio. Ella fu condotta innanzi al Capo Clan, e lì si inchinò, offrendo rune in cambio di un giaciglio. Eppure il Capo la rifiutò sdegnato, asserendo che i loro druidi erano più che valenti, e di certo non abbisognavano di straniere ammantate dalla bruma. Quindi l’additò con ferocia, domandandole donde venisse, e lei abbassò il volto afflitto. Diede allora l’ordine di confinarla oltre le mura, bandendola dalla propria gente. Ma a quel monito la nana gli rivolse occhi macchiati di odio, giacché la sua vita era ancora giovane, sebbene alcuna primavera le avesse mai carezzato le gote. Maledì, grondando livore, pronunciando gli anatemi delle antiche streghe, ed a cotanta ignominia il Capo Clan si levò dallo scranno, colpendola con inaudita violenza.
Svenne e fu trascinata altrove.
Gelo e tormento l’abbracciarono al suo risvegliò, facendola strisciare nel fango fino ad un vecchio rifugio, ove si nutrì del proprio dolore.
Durante le lunghe albe acuminate spazzò il piccolo uscio dalla neve, finché una nera penna precipitò dal cielo. L’avvolse in un capello e nel fondo della grotta cantilenò il suo richiamo: quindi scivolò tra i sogni e fu desta in un mare di canti. Aizzò fiaccole di nera pece, ed invocò il corvo.
L’uccello rispose ed il vincolo fu stretto.
Trascorsero giorni di aspra attesa, fin quando l’uccello tornò a trovarla, donandole un bracciale, e la nana ascoltò la voce che scorreva in quel metallo. Quindi un ghigno le accese il volto ed i suoi occhi si incendiarono: il monile del primogenito del Capo Clan giaceva tra le sue mani. Per contraccambiare ella si adagiò tra i cuscini, sussurrando al corvo la sua triste storia, ed una lacrima nera scese dagli occhi dell’uccello. Egli volò via, esausto del letale racconto, e la nana rimase sola, gustando il grido del sole morente. Si attorcigliarono i tempi del sortilegio, e lei si insinuò tra i sogni del giovane nano, vestendo le sembianze di una graziosa farfalla. Sparse il dorato sapore della menzogna, rammentando i miti degli antichi eroi, mostrando come ogni re avesse dovuto lavare col sangue coloro che si opponevano al nuovo ordine. Il regno andava inebriato di una novella prosperità, spalancando le porte ad una primavera di tripudio, ed in alto si sarebbero levati i calici al trapasso dell’anziano Capo. Eppure lui si sentiva già pronto. Perché indugiare altrimenti? Perché non reclamare ora quanto gli era dovuto? Perché trascorrere un altro inverno a mendicar la terra fin quasi agli Inferi? No, non più: quei tempi si erano conclusi. Terre calde invocavano conquista, soffici campi avrebbero riempito il suo sguardo, e cieli benevoli coperto il suo capo. La pace aveva stordito gli animi, reso schiave le menti, ma non oltre le sue mani avrebbero sfiorato il lavoro, né i suoi piedi sarebbero stati dilaniati dal gelo, poiché a lui spettava soltanto l’ambrosia degli Dei!
Il veleno di quelle frasi discese fin nel cuore del giovane nano, sogno dopo sogno, macchiandolo di rancore. Si chiuse nella follia di quelle menzogne, mirando l’inetto despota di suo padre crogiolarsi sul trono, sempre prodigo di idee e maniere, per il solo intento di perpetrare la sua razza; ma il figlio prediletto gli avrebbe riservato un amaro risveglio. Pazientava, indurendo gli occhi, fermentando l’odio, ed il suo orizzonte divenne così fosco da sbiadire ogni indugio, fin quando una voce lo invitò tra i vecchi sepolcri. Nella notte discese nella Valle del Silenzio, immergendosi tra l’oscurità delle tombe e per un fioco istante il senno tornò a carezzargli la mente, ma il battito di ali di una farfalla fu più forte di ogni ragione e lui si perse in quell’ade di scogli. La Grande Ascia tornò alla terra dei vivi, e qualcosa si agitò ad oriente. Un rosso bagliore scosse le lande ed un fiotto di luce lo aggredì alle soglie del villaggio. Strisciò sino alla capanna del padre e le rune si accesero di purpurea coscienza: l’arma piombò tra quelle carni, tranciandone la vita. Ma non fu pago. Baciò allora il collo di sua madre, e rivoli vermigli tinsero la sala del futuro Re; quindi si recò dai suoi fratelli ed una nebbia purpurea lo cinse. Eppure ancora non fu sazio. Prese quindi d’assalto gli Dei, perché stufo di brancolare tra i grigi pascoli della Madre d’Ognuno, eternamente avvolti dalla fatica e dal dolore. Mirò l’eterno, ed un ultimo colpo risuonò fra quelle mura: poi lo splendente sovrano stramazzò a terra, stringendo l’ascia nel più forte degli abbracci>>
La nana sollevò lo sguardo, disperdendolo oltre l’uscio.
<<Sei tu che mi donasti quel bracciale, ti ricordi piccolo corvo?>>
L’uccello annuii.
<<Viaggia a ponente e di notte un albero segnerà la tua via. Lì narrerai quanto hai appreso>> poi si volse, zoppicando fin nell’antro ove covava il suo cuore nero.
Avvertii le ombre premere sulla mia partenza e dispiegai le ali.

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