GUFI IN SOFFITTA

Racconti di Corvi
Capitolo Precedente: E POI D’INCANTO

 

GUFI IN SOFFITTA
e venne il tempo in cui eravamo giovani

Poco distante dai rami dove ero stato proiettato, si consumavano i rumori di un intero villaggio. Sorvolai una dimora dal tetto malconcio ed un piccolo borgo, con il rudere di un mulino isolato. Una volta raggiunto il paese, notai un pozzo nella piazza, ed una locanda affacciarsi lungo la via: compresi di essere a Mulinaccio. La sera colmò la taverna di astanti, ed il clamore delle luci arrivò fin sopra le travi: udii qualcuno balbettare per le strade, e decisi di congedarmi in favore del sogno, ma un sordo richiamo frenò il mio intento, ed un vecchio gufo sbucò dalla soffitta. Parve lieto di incontrare un forestiero, ed intrecciammo un piccolo nodo di parole: mi rivelò di essere in là con gli anni, e di avere vegliato su quell’ostello sin dai tempi dell’anziano Falegname, seguendo i trascorsi del giovane Monaco.
Quelle frasi accesero i miei ricordi, e domandai chi fosse stato quel pio uomo.
<<Uno dei pochi che amasse senza vincolo alcuno>> asserì malinconico il gufo <<Erano i giorni in cui si udiva ancora il gorgoglio dell’antico mulino, e quel rivolo d’acqua, che ora scende dal monte, aveva l’irruenza di un corposo torrente. Pochi stranieri incrociavano codeste contee, e quei radi proseguivano altrove, finché egli ci raggiunse. Offrì l’arte delle erbe, ed il Falegname lo accolse fra le sue mura. Il Monaco era solito impartire i suoi precetti a chiunque lo desiderasse, descrivendo la Madre d’Ognuno e la storia delle sue razze. Tuttavia riversò la sua sapienza più grande proprio nel vecchio artigiano, poiché lo preparò a saper morire. Quando l’ora giunse il Falegname lasciò che il vento spirasse in lui, abbandonandosi con un sorriso al candido abbraccio del cielo. Quindi trascorsero anni, ed il Monaco proseguì la sua opera nel villaggio; fin quando un giorno volle dare una festa: tutto il paese convenne al tramonto, scorgendo all’orizzonte le nubi migliori. Ma il mattino seguente, egli si allontanò nel bosco e non vi fece più ritorno. Ci fu un solo testimone dell’accaduto: l’apprendista Calzolaio, che in seguito confidò le sue memorie ad un vecchio olmo, dove anche io ero solito sciogliere le notti d’estate>> il gufo tacque, volgendosi alla cielo <<Invano la gente lo attese, plasmando col tempo queste mura in una taverna, così da continuare ad assaporare il suo ricordo. Ma io, che non amo il fragore, mi sono ritirato in soffitta>> e con un saluto distese le ali nella notte.

Prossimo Capitolo: È MIA, TUTTA MIA, SOLTANTO MIA