E POI D’INCANTO

Racconti di Corvi
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E POI D’INCANTO
morti, viaggi e miraggi

Ai primi rintocchi dell’aurora, la malia di quella notte scemò tra i bagliori a oriente. I nuovi raggi sospinsero la veglia lungo le terre della Madre d’Ognuno, ed io mi ritrovai nel bosco, lambendo ancora i passi della giovane elfa. Poi tutto il verde venne meno, ed un gran fosso si apri sotto di noi: eravamo giunti alla Voragine, ma lei proseguì la corsa, solcando uno stretto sperone che trafiggeva il vuoto. Si arrestò sull’estremo lembo e la sua veste vibrò, innanzi al sole sorgente: il suo petto fu inondato di luce ed un’alba superba si aprì tutto intorno. Un vortice di bagliori colmò l’intero abisso ed io smarrii il mio sguardo nel suo bel viso. Cercai allora un sogno che mi accogliesse, ed emersi nel chiarore di una volta. Ero riemerso nell’Occhio, il custode delle memorie della Madre d’Ognuno. Lingue elettriche danzavano al cospetto della cupola, ed alcune presero vita, colmandomi di una mareggiata di vicende, fin quando si intonò un’unica memoria, e vidi il figlio del Custode d’Arme tornare alla veglia, dopo l’Incubo dai Mille Sogni.

Il ragazzo percorreva le sponde del Fiume Nero, dove piccole barche trasportavano dei sudari. A fianco si stendeva la Valle della Dimenticanza, nella quale ogni anima si scoloriva, fino a divenire brezza opaca. L’oscuro margine lo condusse oltre le Mura di Teschio, traversando le orbite dei dragoni estinti, e fu allora che un gatto malconcio lo avvicinò.
<<Qui si sogna del proprio dolore, assaporando l’umore del fiele trasmesso. Ti scorterò fino al limitare della veglia, adempiendo al volere del Granduca di questo regno e del suo Signore>>
Quindi abbandonarono la spiaggia, accostandosi ad un paesino malmesso: il borgo gli si chiuse addosso, come bacio di bocca famelica, ed una cappa di umanità perversa rese l’aria indigesta. Ogni via trasudava il lascivo sapore della debolezza: ansia e paura velarono gli occhi del giovane, poi un ticchettio ne richiamò l’attenzione. Si volse ad una casa, sbirciando all’interno della finestra: un verde salmastro affondava in profondità marine, ed un riflesso languì in quell’abisso. Vide un marmo custodire un epitaffio:
Spero che vi ricordiate di quel fiore,
laggiù in fondo al mare,
tra la casina nelle acque ed i pini d’amaranto.
<<Vieni via!>> miagolò aspro il gatto <<Non è posto per te quello!>> ed il ragazzo si fece indietro, divincolandosi tra gelide mani.
Frattanto, il rumore dello schiudersi di un sepolcro, risuonò tra quelle catapecchie, ed un grande occhio uscì da una grata; poi, lentamente, alcuni compari gli si fecero dietro, rivelando di essere dei musici. Ciascuno imbracciava un poderoso strumento, ed erano tutti addobbati con maschere grottesche. La sontuosa orbita scandì il tempo, ed insieme intonarono un canto per cuori infranti. La congrega ruggì chiassosa tra quelle viuzze, finché il borgo si sfilacciò al ritmo della loro fanfara, ed arbusti crebbero fino ad inghiottire il cielo. Arrestarono la loro bislacca processione proprio innanzi ad un grosso albero, e lì salutarono, rotolando dentro il tronco. Il felino attese, e quando il fusto richiuse le sue viscere, si inerpicò verso il bosco. Ben presto però il paesaggio prese a confondersi, e lui si sciolse in singhiozzi. La terra divenne soffice e bagliori scintillarono tra i cespugli. Il giovane comprese di essere stretto entro una selva di spettri, e l’avvento della nebbia invocò l’ultima minaccia. La foschia strisciò in lui, graffiandogli le vesti: freddi artigli ne violarono il respiro, cercando un varco. Ma un imponente nitrito macchiò l’aria, ed i Flagelli Ombrosi arrestarono il proprio intento. Dei tonfi presero piede, così che i nembi si ritraessero al loro cospetto.
<<Recano il sigillo del nostro Signore, figli miei, lasciateli passare>>
Era una bimba ad aver parlato, dai lunghi capelli bianchi e pupille color del latte. Arti mozzati penzolavano dal suo tronco, e procedeva in sella ad un maestoso destriero, colmo di uncini.
<<Abbandonate lesti il mio regno>> consigliò ai viandanti, quindi spronò la cavalcatura, battendo un nuovo sentiero.
La compagnia la seguì fino al confine della selva, dove il Granduca fermò il passo, mutando in corteccia antica. Incerti proseguirono innanzi, degradando nella valle che si era aperta ai loro occhi. Un gruppetto di anime avanzava verso una candida riva, che con dolce fragore risaliva fino ai cieli della veglia: era il Fiume Nero, giunto gravido ai Cancelli d’Osso, ma oramai tinto nell’aurora della rinascita.
<<Non per questo varco marcerai oltre>> rivelò il felino, e scortò il ragazzo ad un crocicchio, dove un giovane penzolava impiccato ad un salice, stringendo una lettera tra le dita. Calde brezze ne smossero il braccio, permettendogli di indicare la nuova via. Seguendo quell’invito giunsero ad un mare di fiamme, dove un serpe sconfinato riposava nella lava.
<<É per questa bocca che lascerai gli Inferi>> sentenziò il gatto, e si dileguò tra le contrade dei dannati.
Il ragazzo si ritrovò solo, nell’oscurità della gola del serpente, ma non ebbe tempo di carezzare il ruvido velo della paura, che il volto di sua madre gli giunse incontro, e lui ne seguì il ricordo, ritrovandosi avvolto tra le sue braccia.

La stanza si spense e l’Occhio fu di nuovo vitreo. Un contrappunto di pensieri mi invase, quindi una volta azzurra colma di foglie si affrescò tutto intorno, e sentii la mia coscienza spingersi altrove.

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