LA MUSA

Parole Opache
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LA MUSA
ed il suo artista

Il fosso in cui sprofondava il nano ancora macchiava le sue impressioni, quando il giovane arrivò ad una tenuta. Un maestoso cancello si slanciava verso il cielo, custodendo un giardino colmo di statue. Sprofondò in quelle celestiali aspirazioni, finché:
<<Ti piacciono le mie opere?>> proruppe una voce alle sue spalle.
<<Si, è quanto di più bello abbia mai visto>> confessò il ragazzo.
<<Sono superbe: non troverai di meglio in tutta la Madre d’Ognuno>> si pavoneggiò l’artista, quindi insieme le contemplarono in silenzio.
<<Signore…>>
<<Si?>>
<<Cerco un lago, dove vive un giocattolaio: sapreste indicarmi la via?>>
L’artista si contrasse, ancora avido di lodi, ma i morsi della solitudine lo spinsero a rispondere:
<<Mi pare che a sud, lungo il Sentiero delle Conchiglie, si adagi un modesto laghetto>>
<<É stato molto cortese>>
<<Aspetta!>> guaì lo scultore <<Perché non mi segui? C’è ancora molto che io potrei mostrarti>>
Le foglie delle stagioni morenti li accompagnarono fino agli intarsi di una villa, ed il rimbombo del portone tranciò via ogni mondo, imprigionandoli nelle visioni dell’artista. Egli decantò quanta fatica fosse costata ogni lavoro, dedizione che in nessun modo sarebbe mai stata ricompensata.
Scale e pertugi condussero il giovane nei meandri di quel cuore, finché tutto si spense innanzi i battenti dello studio. Qui l’artista esitò, irretito dalla nudità dei suoi progetti, e proseguì oltre, ma il tintinnio di alcune catene risuonò nel silenzio della casa:
<<Cos’è stato?>>
<<Nulla!>> sbraitò lo scultore seccamente.
Il portone si chiuse ancora, ed il giovane si ritrovò solo nel giardino dei busti. Il viale lo avrebbe condotto lontano, alle screziate passioni del volgo, eppure un tintinnio di catene gli graffiava ancora i pensieri.
Allora perlustrò la dimora, fino a rinvenire una grata ruzza che si apriva sul retro: la spinse, con tutto il proprio peso, rovinando all’interno. Fasci di luce macchiavano l’antro dell’artista, e notò che da tempo la polvere offuscava la sua ispirazione.
Un corridoio si inabissava da quella stanza, e si fece strada, seguendo l’eco di un tintinnio. Al termine del viaggio la vide: dimentica di ogni realtà la musa scolpiva.
Grette catene le insanguinavano i polsi, mentre continuava a piegare il marmo alle emozioni che custodiva nell’animo.
<<Vattene!>> rantolò l’artista alle sue spalle.
<<Signore…>>
<<Taci!>> lo scultore si avvicinò alla fanciulla, contemplandone estasiato il volto, quindi si ritrasse, scacciando la passione.
<<Sai cosa accadrebbe se mi ricongiungessi a lei?>>
<<Sareste felice?>>
<<Certo, ed ogni tensione verrebbe risolta: non cercherei altrove completezza, quindi non vi sarebbe più arte, né per me, né per nessun altro>>
Poi d’un tratto le mani dello scultore si serrarono al collo del giovane, e feroci spasmi lo consegnarono alla cruda pietra.
Tuttavia, come in un sogno, udì il mantello agitarsi, ed una voce salire, ma il nero cancellò ogni impressione.

Il cielo si stendeva oltre la grata divelta.
Il giovane si riebbe nella bottega dell’artista, tra la cadente luce del giorno, con soltanto nebbia tra i propri pensieri. Girovagò per la dimora, colma di talento e solitudine, finché scorse la porpora del disio oltre i portone, e tornò alle vie della Madre d’Ognuno.
La notte aveva già divorato l’orizzonte, ed una figura armeggiava al cancello del giardino.
<<Scusi…>>
L’uomo lo squadrò, lisciandosi i baffi.
<<Avete visto lo scultore? L’ho incontrato proprio qui, mi ha invitato nella sua casa e…>>
Il guardiano lo guardò perplesso <<Magari era un visitatore che ti ha tirato uno scherzo>> asserì sospetto <<Poiché qui viveva un artista, ma molti soli sono trascorsi dalla sua scomparsa. Il signore di queste terre ha preso in custodia la tenuta, e desidera che la gente visiti il giardino, così ogni tanto taglio le siepi, e dò una sistemata. Ma mi pare strano che qualcuno avesse le chiavi della villa…>> fece una smorfia, impensierito <<Vedi quelle luci? Io vivo in quel villaggio laggiù: vieni, non puoi restare qui>> ed assieme solcarono la breve tenebra che li separava dal vociare di altri uomini.

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