IL RISO ABBONDA

Parole Opache
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IL RISO ABBONDA
sulle mie labbra

Un vecchio disponeva tasselli su di una grossa botte. Sedeva entro un modesto sgabuzzino, ed una lanterna rossa gli illuminava i tratti. Ombre cremisi si allungavano sulla sua folta barba, mentre le mani si muovevano tra le tessere, seguendo una traccia che animava soltanto il suo sguardo. Poi un gorgo distorse quella visione ed il ragazzo smarrì il senso di quel mistero.
<<É presto>> gorgogliò il gufo del vecchio falegname dal suo trespolo <<Non c’è ancora posto per te in quel sogno. Tuttavia conoscerai la ragione delle risa che avete udito nel bosco, poiché questo è il volere del monaco>> quindi gli saltò incontro, e sue ali gli serrarono il volto. In quel buio il giovane cadde a ritroso.
Un rosso scialle si agitò nel folto della tenebra, e vide una povera ragazza che si avvolgeva in quel cencio, morsa da impietose deformità. Di rado zoppicava per il paese, stretta nella propria vergogna. La famiglia l’aveva confinata in una legnaia, lontano dagli sguardi della gente. A stento le concedevano il necessario, giacché la vita degli storpi debba essere breve e misera, così da rimettere i debiti che la loro anima cova nel silenzio. Finché un giorno, un giovane sciamano, si accostò ai suoi singhiozzi, lenendo i sussulti del suo cuore. L’eremita la invitò al ristoro dei suoi medicamenti, mostrandole la via che portava al suo rifugio, ma egli era ogni giorno più lontano dal mondo, giacché l’amore che riversava verso il proprio dio, era di gran lunga maggiore di quello concesso ai propri fratelli.
La fanciulla si spinse più volte fino alla sua dimora, ed egli, dall’alto della sua sedia a dondolo, le eclissava ogni dolore. Nel ristoro di quell’oblio parve lieta, ed un flebile sorriso sbocciò sul suo volto, fin quando un mattino cadde oltre la soglia, coperta di fango e lacrime.
Una manciata di paesani se ne tornava tronfia dalla caccia, stringendo le prede tra le mani, ma il ricordo della loro bravata ancora gli colava dalle labbra.
<<Sicché trovate diletto nel riso>> sussurrò lo sciamano sorgendo tra il fogliame <<Ridete dunque, giullari>> ed i suoi artigli si volsero contro il branco. La bocca dei bifolchi prese a tendersi, divertita dallo strambo giovane. Essi scrosciarono in risate insolenti, cingendosi il ventre per il troppo scotimento. Ma ben presto quel riso si mutò in pianto, poiché ne smarrirono il dominio. Rotolarono a terra, lividi, agitandosi con forza, senza che neppure una stilla di aria scivolasse nei loro orifizi, giacché gli era concesso solo di ruttare fuori la propria goliardia. Gli starnazzi divennero grida, le grida sibili, e le membra si gonfiarono, accogliendo il violaceo tocco della morte. Un vento gelido si agitò tra le foglie, risucchiando quelle maschere grottesche.
Nessuno vide, nessuno seppe, ma una ragazza storpia intuì.
L’eremita attese in silenzio il ritorno di lei, finché un giorno si recò alla legnaia.
Le sorrise, ma gli occhi della ragazza erano macchiati di terrore.
Allora lo sciamano colse l’abominio dei propri gesti, e tornò a serrare le palpebre sulla solitudine che lo divorava.

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