DRAMA

Parole Opache
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DRAMA
amore di re e di regine

Il giovane venne accolto da una terra in festa: spaventapasseri di ogni sorta saltellavano lieti, agitando ampie vesti dismesse. Una scorta gli si mosse intorno, fischiettando motivetti entro fili di fieno.
Assieme superarono il borgo, addobbato con lunghi teli dipinti, e di lontano si aprì un castello, ondeggiante sopra il dorso di un’enorme conchiglia. La rocca si inerpicava verso l’azzurro, con ciuffi di verzura che crescevano scomposti, donandole la forma di un albero. Fra stretti cunicoli e ponti di stoffa si giunse alla sala reale: dove il sommo spauracchio agitava pensoso la sua barba di sale.
<<Che te ne pare del mio regno, giovanotto?>>
<<Spensierato!>> dichiarò il ragazzo sorpreso <<Ma anzitutto vi debbo ringraziare: mi avete salvato da una sorte assai triste>>
<<Omuncoli, con i loro tetri inganni>> sbuffò <<Avvicinati, debbo farti una confidenza>>
Il ragazzo si apprestò allo scranno, traversando il bel tappeto di stracci colorati, quindi il re si chinò:
<<Ho una cortesia da chiederti>>
<<Prego, vostra maestà>>
Egli agitò guanti di seta, e la copiosa scorta di ancelle e servitori vari saltellò oltre il parapetto, lasciandoli soli.
<<Serbo il ricordo di un dolore antico. Persino i corvi sono banditi da queste contee, ed a noi soltanto spetta sopportare il peso dei nostri intenti.
Nelle stagioni di semina custodivo il penoso sudore degli uomini, sorvegliando le loro terre, finché un dì scorsi una fanciulla spargere dei canti. Attendevo quelle note ogni giorno, crocifisso su braccia di legno, finché decisi di raggiungerla in sonno. Proclamai il fuoco che ardeva nel mio petto, offrendo il mio regno per un sorriso: “Non è concesso ad una modesta fanciulla innamorarsi di una visione” rispose lei, ma io continuai a straziare il cadavere del mio amore, assicurandole che avrebbe regnato al mio fianco, splendendo nell’eterno firmamento dei sogni.
Allora mi prese per mano, conducendomi alla cappella del villaggio: la vidi cantare per contadini e mugnai, addolcendone i tratti serrati dalla morsa della fatica: “Tale è il mio regno” ella asserì.
Il suo canto non sarebbe mai stato mio; quindi tornai accecato su di un trono di spine, e fui solo, comprendendo la maledizione che spetta ad ogni spauracchio. Nella solitudine rivolsi la rabbia contro il mio destino, ed inviai un incubo al capezzale della ragazza. La sua mente si colmò di odi sublimi: “Un dio deve avere soffiato in me” pensò confusa, benedicendo quell’alba radiosa. Ma già nelle prime ore della sera una macabra disperazione le velava gli occhi, poiché le canzoni non cessavano.
Tornai da lei quando la primavera già baciava i campi, e la vidi prostrata nella miseria di una tetra follia. Scacciai l’incubo e con vergogna domandai perdono: “Solo silenzio”, invocò lei, ed allora dispersi un dolce sogno nel suo giaciglio, così che recidesse la luce dai suoi occhi>>

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